Ogni giorno e ogni notte, la bambina della casa di fronte mi salutava con un sorriso. Alla fine, la curiosità ebbe il sopravvento, e decisi di entrare nella sua casa per scoprire chi fosse davvero.

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Ogni sera, la vedevo lì, immobile dietro il vetro della casa di fronte. Una bambina dai grandi occhi scuri, che mi salutava in modo insistente. All’inizio non le prestai molta attenzione, ma con il passare dei giorni, la sua presenza costante iniziò a turbarmi. Perché lo faceva? Cosa cercava di comunicarmi?

Il suo sguardo sembrava voler chiedere qualcosa, e ogni volta che incrociavo i suoi occhi, una sensazione di inquietudine mi attanagliava il cuore. La sua piccola mano si alzava sempre nello stesso modo, come se volesse richiamare la mia attenzione per un motivo preciso.

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— È di nuovo lì, — dissi a mia moglie Sara, che era seduta accanto a me, immersa nella lettura.

Lei alzò lo sguardo e si girò verso la finestra.

— Ti riferisci alla bambina? — chiese, con un’espressione leggermente perplessa.

Annuii, incapace di ignorare la sensazione strana che mi assillava.

— Non credo che sia un semplice gioco. È come se mi stesse chiamando.

Sara chiuse il libro e mi sorrise in modo rassicurante.

— Forse è solo sola. Forse ha bisogno di un po’ di attenzione.

Ma io sentivo che c’era qualcosa di più profondo.

Quella notte, sognai la bambina. Nel sogno, stendeva le mani verso di me, con il viso bagnato dalle lacrime.

— Non andartene… ti prego, — sussurrava con disperazione.

Mi svegliai di soprassalto, con il cuore che batteva forte nel petto.

La mattina seguente, ancora scosso, mi affacciai alla finestra.

Era lì di nuovo. A salutarmi.

Non potevo più ignorarlo.

— Devo scoprire chi è e perché lo fa, — dissi a Sara, ormai deciso a fare qualcosa.

Attraversai la strada e bussai alla porta della sua casa.

Dopo alcuni secondi, una voce femminile rispose dall’interno.

— Chi è?

— Buongiorno, mi chiamo Luca. Vivo nella casa di fronte. Vorrei parlare di vostra figlia.

Un lungo silenzio seguì le mie parole. Poi, la porta si aprì lentamente.

Rimasi senza fiato.

— Claudia? — balbettai, incredulo.

La donna davanti a me annuì, con le lacrime che brillavano nei suoi occhi.

— Luca… è passato tanto tempo.

Prima che potessi dire una parola, la bambina apparve accanto a lei.

Mi fissò con un misto di speranza e timore.

— Papà? — sussurrò, con una voce incerta.

Sentii il mondo crollarmi addosso.

— Cosa… cosa ha detto? — chiesi, incapace di credere a ciò che stavo sentendo.

Claudia fece un passo indietro e mi invitò a entrare.

Mi sedetti sul divano, con la mente in subbuglio.

— Ricordi l’ultima volta che ci siamo visti? — chiese con voce tremante.

— Sei anni fa… — risposi, cercando di mettere insieme i pezzi.

Lei abbassò lo sguardo.

— Quello che non sapevi è che ero già incinta.

Il respiro mi si fermò in gola.

— Come…? Perché non me l’hai detto?

Claudia si morse il labbro, visibilmente turbata.

— Ho provato a cercarti, ma tu avevi cambiato città, e il tuo numero non esisteva più… alla fine ho smesso di cercarti.

Le sue parole rimasero sospese, mentre il mio sguardo si posava sulla bambina.

Mia figlia.

Le parole risuonavano nella mia mente.

Pochi giorni dopo, un documento tra le mie mani confermò la verità:

99,99% di probabilità di paternità.

Le lacrime mi offuscarono la vista.

Guardai Sara, che mi strinse la mano senza dire nulla.

— È mia figlia… — sussurrai, incredulo.

Quella sera, quando mi affacciai alla finestra, la bambina mi salutò ancora una volta.

Ma questa volta, le sorrisi e le risposi con un cenno della mano.